Oceani, dimenticati dalla COP25 (con intervista a Gramménos Mastrojeni)

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Doveva essere, secondo la presidenza cilena, la Blue COP, con l’obiettivo di portare la tematica dei mari al centro del confronto, ma la sfida politica però è stata accolta tiepidamente, e pochi paesi hanno fatto qualcosa in proposito

MADRID – «Dobbiamo ricordarci che gli Oceani devono avere un ruolo fondamentale», tuona l’attivista filippina Kisha Erah Muaña durante la conferenza stampa di Greta Thunberg. «Gli oceani, il cuore del pianeta, la mia casa, sono in pericolo a causa della crisi climatica. Abbiamo bisogno di soluzioni per affrontare gli effetti del clima». Un urlo poco ascoltato. Gli oceani infatti assorbono circa il 25% della CO2 atmosferica prodotta dall’uomo e sono uno dei principali ecosistemi nella bilancia del carbonio terrestre, al pari delle foreste. Ma sono anche a rischio. Secondo il report IPCC, “Ocean and Cryosphere in a Changing Climate”, mari e oceani saliranno di 30-60 cm entro la fine del secolo anche riuscendo a contenere il riscaldamento globale a più di 2°C. In caso contrario, l’innalzamento supererà il metro. 

Per questa ragione la COP25 è stata ribattezzata dagli organizzatori cileni – la conferenza inizialmente doveva essere a Santiago de Chile – la Blue COP, con l’obiettivo di portare la tematica mari e oceani al centro di iniziative e progetti correlati ai negoziati del clima. La presidenza COP cilena ha infatti ribadito più volte al necessità di tenere il tema oceani al centro del dibattito. «Nella nostra visione, non può esserci una risposta efficace ai cambiamenti climatici senza una risposta globale ai problemi degli oceani», ha dichiarato Carolina Schmidt, ministro per l’ambiente cileno e presidente della COP25. La scelta di un tema specifico, sebbene non rientri direttamente nei negoziati tecnici, serve ad inserire la questione nei preamboli e a stimolare il lavoro delle organizzazioni internazionali sul tema specifico.

La sfida politica però è stata accolta tiepidamente. Pochi paesi hanno fatto qualcosa in proposito. Pochi gli eventi in proposito e limitate le proposte davvero originali anche legate alla blue economy. L’Italia si dovrebbe far sentire, con l’arrivo del Ministro dell’Ambiente Costa che ha messo la tutela dei mari in cima alla sua agenda politica. Cile, Monaco e Francia, stanno spingendo per includere i problemi di salute degli oceani insieme alla transizione energetica, la silvicoltura, l’agricoltura e l’industria nei piani climatici nazionali che dovranno essere presentati il prossimo anno a Glasgow. In questo modo i governi potranno mostrare il loro impegno per ridurre gli impatti sui mari attraverso la pesca sostenibile, il controllo delle emissioni marittime, i piani di contenimento dell’acidificazione o strategie di geoingegneria per “inseminare” artificialmente gli oceani e aumentare la presenza di alghe che possono assorbire la CO2 – quest’ultima considerata una tecnica altamente controversa.

Mar Mediterraneo in crisi

In prima linea tra le maggiori sfide per gli oceani emerge quella legata al Mar Mediterraneo e alle sue vulnerabilità. Attualmente, le previsioni stimano un innalzamento del mare nostrum di 20 centimetri entro il 2040. Il problema principale non sarà “l’acqua che copre le terre” come si può comunemente pensare – anche se per città come Venezia il problema è reale – quanto piuttosto il cuneo salino, ossia la penetrazione di acqua salata che renderà sterili le terre costiere e contaminerà le falde acquifere. «Questo ha grossi impatti ad esempio in aree come il delta del Nilo, dove la salinizzazione può mandare in tilt l’agricoltura di un Paese di cento milioni di persone», spiega Grammenos Mastrojeni, vice-presidente dell’Unione del Mediterraneo. «Questo comporterà impatti sulla sicurezza idrica di chi vive sulle coste e in generale di sicurezza geopolitica». Per Mastrojeni c’è poi un problema legato alla pesca. «Già il 90 per cento delle specie commerciali è al collasso. Ma il Mar Mediterraneo sta subendo un’invasione di specie aliene a cause di temperature marine sempre più tropicali».

I rischi non sono solo ambientali, ma economici e di equilibri politici. Per 11mila anni infatti agricoltura e industria sono prosperate grazie alla stabilità climatica garantita proprio dall’ecosistema mediterraneo. Oggi però osserviamo una crescente penetrazione dell’anticiclone africano, che sta riducendo l’effetto dell’anticiclone delle Azzorre e modificando quindi i pattern climatici nell’area. Tra le principali vittime di questi mutamenti ci sono i sistemi agricoli delle coste settentrionali del Mediterraneo, e quindi anche dell’Italia. Che fare dunque? O ci si arrende o ci si adatta a cambiamenti che comunque sono in corso. «Paradossalmente il cambiamento climatico può essere un’occasione di cooperazione e pace nell’area mediterranea. Una politica di adattamento condivisa può aiutare a riequilibrare i disequilibri economici e politici. Serve creare un framework di collaborazione di lungo termine, che sappia prevenire e non solo affrontare le emergenze». Così potremo preservare una millenaria civiltà e il suo ambiente. https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/12/11/news/oceani-dimenticati-dalla-cop25-1.38196215